20. Finalmente ritorno in clinica

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Rincontrarsi apre nuove porte piccole e grandi, 

ma sono comunque opportunità

Il periodo in Italia lo passai soprattutto a leggere, ero diventata un topo da biblioteca; ne compravo a bizzeffe senza saziarmi mai. L'inverno fu rigido, ma non nevicò; continuai la mia vita tra noia e nuovi incontri: conobbi un osteopata, Dennis, un bel ragazzo, molto preso da se stesso, ma perlomeno alla mano e simpatico. Si era trasferito a Bolsena con la sua ragazza. Feci una festa per il mio compleanno alla quale Gabriel non si unì, non avevo notizie di lui.  Trascorsi con Dennis molto tempo e festeggiammo il suo compleanno a maggio;arrivò il bel tempo, uscivo più spesso e ogni tanto mi incontravo con una o due amiche per un aperitivo, Eileen venne a farmi visita con il suo compagno Marco, andammo a bere una birra al lago e ci raccontammo delle ultime novità, ovviamente con Fiore era finita.

Per tornare a Lipsia, partimmo in estate, era luglio; il viaggio in macchina con mio zio e mia madre diretti verso quella città fu un tumulto di emozioni altalenanti: paura, felicità, spensieratezza, scoraggiamento... Non ci eravamo più visti dall'ultimo ricovero e ciò non rendeva semplice affrontarlo di nuovo dopo un anno di attese che mi avevano letteralmente straziato l'anima, ormai strappata in mille pezzi. Avevo paura che i suoi sentimenti fossero cambiati e che, come un sole di marzo, le nuvole lo avessero di nuovo coperto con il loro grigiore di pioggia compressa.

La sera prima di tornare tra quelle mura, andammo in un locale vicino al mio vecchio appartamento, dove ordinai degli spätzle con verdure e formaggio di capra a quadrotti, accompagnati da un quarto di birra scura dolce, la mia preferita, la Grieskirchner. Poi andammo a dormire, tornando in auto al nostro appartamento preso in affitto. La mattina successiva ero un vulcano di ansia e paura, pronta a eruttare ed esplodere. Mentre eravamo in ascensore della clinica di riabilitazione, mi pettinai i capelli con le dita, erano a caschetto e biondi platino, lo avrebbero sorpreso, chissà se gli fossero piaciuti.

«Come sto?» alzai gli occhi su mia madre che a sua volta mi osservò e sorridendo, sfiorandomi una guancia per spostare una ciocca di capelli impigliata nelle lunghe ciglia, affermò:

«Ordinariamente bella» la guardai di sbieco, diceva tutto e niente quello che intendeva sostenere, non capivo...

Le porte scorrevoli dell'ascensore si aprirono e io rimasi in un silenzio tombale perché trattenni il respiro, fino a diventare rossa in viso e sentirmi andare a fuoco; avevo dimenticato come si respirava. Lo cercai subito con gli occhi aldilà del bancone informazioni, dove si trovavano i computer. Non lo trovai, rimasi tremendamente delusa. Ci venne incontro Paolo, un infermiere quarantenne molto carino e disponibile, entrai in camera mentre la primaria neurologa e il ragazzo mi facevano strada. Lasciammo le valige vicino al tavolo sotto al televisore; la dottoressa mi fece sedere e affabilmente mi disse, scherzando:

«Bentornata a casa»

La capo infermieri si aggiunse subito a noi e dolcemente mi si avvicinò per abbracciarmi, sentii tutto l'affetto e il calore di quella stretta; si erano tutti affezionati a me, non mi sorprese affatto, perché provavo lo stesso nei loro confronti: quel luogo era la mia seconda dimora.

Pensai di incontrarlo il giorno successivo. Uscii dalla mia camera la mattina, alle otto, per fare colazione e mi diressi verso la sala principale. Intravidi un viso familiare uscire dalla porta a vetri dell'atrio dove si mangiava. Spingeva di fronte a sé la signora Maria in sedia a rotelle per lasciarla all'ingresso, dove sarebbe stata prelevata dai terapisti. Era lui? Un'allucinazione oppure era reale? Tale ragazzo mi si avvicinò, vidi i suoi occhi venire sempre più adiacenti a me per chiedermi, infine, cosa desiderassi mangiare. Il cuore mi rimbalzò nel petto senza freni; ma quelle non erano le sue iridi marine, uniche, belle; si presentarono dinnanzi a me due grandi occhi castani come la corteccia di un tronco; i capelli del ragazzo in questione erano mori, corti e ispidi, si trattava di Johannes.

«Un kipferl con burro senza lattosio e marmellata, una qualunque.» asserii senza speranze ed estremamente delusa.

Non era Gabriel.

Dovetti aspettare l'ora di pranzo del giorno successivo per individuarlo. Stavo pranzando al mio solito posto nella sala comune, vicino al televisore. Si avvicinò a me senza che me ne rendessi conto. Me lo ritrovai improvvisamente seduto al mio tavolo con la testa appoggiata sulla mano che mi fissava, mentre l'angolo della sua bocca si incurvava in un accenno di sorriso diretto a me.

«E così hai cambiato colore di capelli!» sollevò appena le sopracciglia.

«Sì, e tu hai tagliato i capelli...»il suo respiro incespicò e deglutì rumorosamente.

«Non ti piacciono?» Non c'è niente che non mi piaccia in te, lo vuoi capire?

Ma lui non lo comprendeva affatto. Non voleva, perché sarebbe stato più difficile per entrambi sopportare la distanza tra noi: ero ancora in clinica, non potevamo dimenticarcene.

«Mi piacciono, ma prima erano più affascinanti, dove sono finiti i deceduti?»

«Ho fatto una donazione per i bambini..., fece una pausa, poi continuò Come stai?»

«Rinchiusa...»

«Ma con me...» si incollò un sorriso in viso, mentre io alle sue parole ero impietrita sul posto e il sangue si trasformò in pura rossa e calda lava, che mi bruciava dall'interno.

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